Il mare che si acidifica minaccia il patrimonio archeologico sommerso
Nei fondali dei nostri mari c’è un patrimonio “invisibile” che comprende beni archeologici di enorme valore, come i mosaici del Parco sommerso di Baia, nei Campi Flegrei, ma anche relitti, statue e strutture portuali. Preziose tracce della storia umana rischiano ora di essere irrimediabilmente danneggiate dagli effetti del cambiamento climatico, che intensifica l’acidificazione delle acque marine e impatta sui materiali sommersi in modo simile a quanto osservato per coralli e organismi calcificanti.
Uno studio condotto dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, appena pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment del gruppo Nature Portfolio, ha proposto la prima valutazione del rischio per i siti culturali subacquei in relazione al cambiamento climatico, evidenziando come l’aumento delle emissioni potrebbe aumentare drasticamente la vulnerabilità del patrimonio culturale sommerso.
Oceani e mari assorbono grandi quantità di CO₂ emessa dalle attività umane. Dall’epoca preindustriale, l’acidità delle acque marine è aumentata di circa il 30% e potrebbe triplicare entro la fine del secolo. Gli effetti sull’ecosistema marino sono ampiamente documentati: perdita di biodiversità, impatti su pesca e acquacoltura, coralli, alghe calcaree e organismi calcificanti sempre più in difficoltà.
L’impatto del cambiamento climatico sul patrimonio culturale subacqueo non era invece ancora stato valutato in modo sistematico. Per colmare questo vuoto, gli autori dello studio hanno lavorato sia in laboratorio che in ambiente naturale, effettuando immersioni nel mare di Ischia che è stato scelto perché a causa della natura vulcanica del sottosuolo, esistono speciali sorgenti sottomarine dalle quali fuoriesce anidride carbonica (CO₂) a temperatura ambiente — la stessa responsabile dell’acidificazione degli oceani. Le bolle risalgono verso la superficie creando aree dove l’acqua è naturalmente più acida: una sorta di “finestra sul futuro” dei nostri mari.
In questo laboratorio naturale a cielo aperto, il team ha immerso campioni di diversi materiali lapidei che sono stati installati in punti differenti dell’area interessata dalle emissioni di CO2, per esporli ad un ampio intervallo di pH dell’acqua marina e ai corrispondenti livelli di acidificazione.
Gli esperimenti in mare sono stati affiancati da analisi di laboratorio, condotte periodicamente sui materiali sottoposti all’acidificazione in modo da valutare il deterioramento nell’arco di un anno. I dati sperimentali sono inoltre stati integrati con modelli climatici storici e futuri.
I risultati hanno mostrato che, in scenari di emissioni elevate, i manufatti realizzati in rocce carbonatiche come marmi e calcari saranno molto più vulnerabili al degrado a causa dell’acidificazione dei mari. I dettagli artistici e le iscrizioni di statue ed epigrafi sommerse rischiano di andare perduti, cancellando irreparabilmente una parte della nostra storia culturale..
Secondo gli autori, integrare il patrimonio culturale sommerso nei quadri di valutazione del rischio climatico è ormai indispensabile. Senza interventi di mitigazione e adattamento, una parte significativa della memoria storica custodita nei fondali marini potrebbe essere compromessa in modo irreparabile.
Il lavoro è stato guidato da Luigi Germinario nell’ambito del progetto europeo “Wateriskult. Climate change risk to underwater cultural heritage in stone”, finanziato dalla Commissione Europea attraverso le Marie Skłodowska-Curie Actions.
Oltre al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova hanno partecipato allo studio il Dipartimento di Biologia dell’Ateneo patavino la Stazione Zoologica Anton Dohrn e l’Universidad de Alicante, in dialogo con l’Area Marina Protetta Regno di Nettuno e il Parco Archeologico dei Campi Flegrei.
Informazioni per la stampa:
PAPER: “Climate change and ocean acidification pose a risk to underwater cultural heritage” published in Communications Earth & Environment
AUTORI: Luigi Germinario, Marco Munari, Isabella Moro, David Benavente, Francesco Terlizzi, Claudio Mazzoli
DOI: https://doi.org/10.1038/s43247-026-03184-w

